L’intervista è stata registrata a Marrakech, Febbraio 2014, in occasione della 10° edizione di Freq_out, una collettiva di sound artist organizzata al Theatre Royal nel corso della 5° Biennale di Marrakech.

Marrakech. Qual è la prima immagine che vi viene in mente? Qual è il primo suono?

Jemaa El Fna, la piazza, la più grande tv digitale ante litteram al mondo, il più grande spettacolo mai visto, imponente, eccitante, intensa: questo è l’idea, questi i suoni, forse i cliché che avevo in mente e nelle orecchie.

A clichè is something that has nothing new to tell, a clichè is what tells us what we already know and what we have been told hundreds of times and then it becomes a clichè because it's just telling what we want to hear. [Jacob Kirkegaard]

La biografia di Jacob Kirkeegard lo descrive come un artista interessato ai fenomeni acustici ma dal mio punto di vista, è l’artista che ha cercato di catturare i suoni nascosti, quasi ultramondani del deserto, di registrare il silenzio radioattivo di Chernobyl, di ascoltare e raccontare l’Etiopia con le orecchie dei suoi abitanti, e non con quelle occidentali.

Si trova a Marrakesh con la nomadica ciurma di artisti sonori di Freq-out, ospite del Theatre Royal, una scatola vuota, di cemento che ha fallito nella sua ambizione di diventare un teatro dell’opera. Ci siamo incontrati all’Hotel Almas in Nouvelle Ville, poco distante dal teatro dove 24 speaker suonano in sincro le interpretazione sonore di 12 artisti a confronto con la città.

Questa intervista è l’occasione per discutere di alcuni e diversi modi per scoprire i suoni e far loro parlare dei luoghi che li producono, per parlare della irrisolta ambiguità di ogni viaggio – mantenere le distanze con l’ambiente e allo stesso tempo cercarne l’autenticità  - e della complicata incertezza circa una domanda piuttosto semplice: è necessario capire i suoni per registrarli?

Kirkegard non sembra particolarmente legato o limitato dalla comprensione dei suoni; parla piuttosto di una forma di collaborazione e conversazione con essi:

By drawing back from all this intellectual European understanding of things we allow just to sense; if you know too much, you experience things from your knowledge, but if you try to draw back and just watch - no comment tv - you start to see and use your senses....and then you can know about it afterwards, when do you want to get the informations or when do you want to dive in and experience something without knowing? this question is very important.

L’intervista è in inglese ed è accompagnata dai paesaggi sonori della Medina e del Theatre Royal oltre ad alcuni estratti da Ears of the other e dall’album Conversion, entrambi di Jacob Kirkegaard.

Buon Ascolto!

 

 

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